Tema sulla Crisi Economica Italiana attuale: una spiegazione tecnica

Per far progredire l’analisi sul tema della divergenza economica tra l’Italia e l’Europa e capirne le ragioni, occorre puntualizzare un tratto caratteristico dell’attuale fase economica, cioè il maggiore grado di interdipendenza delle economie nazionali.

Sostanzialmente, il maggiore grado di interdipendenza delle economie nazionali determina una relazione diretta, e a volte proporzionale, della riduzione o della crescita dell’attività economica di un paese con le altre nazioni, soprattutto per un paese industrializzato e fortemente interdipendente come l’Italia.

Depressione nella capacità di importazione e di esportazione di un paese

Per esempio: una caduta della domanda aggregata (consumi delle famiglie, delle imprese e della pubblica amministrazione) in Germania piuttosto che in Italia ha tanto più riflessi negativi o positivi (secondo il trend) sulla crescita del paese quanto più è consolidata la relazione commerciale che esiste tra i due paesi. Quindi, l’apertura del mercato fa sì che qualsiasi politica espansiva adottata dalla pubblica amministrazione si traduca in una certa misura in un incremento di domanda di beni prodotti all’estero (importazioni) piuttosto che di beni nazionali.

La crescita economica è quindi fortemente condizionata dalla capacità di importazione e di esportazione di un paese. Paradossalmente, può accadere che, in una fase in cui il Prodotto interno lordo (Pil) mondiale sia in una fase fortemente espansiva, se un paese soddisfa la propria crescita attraverso una forte spinta delle importazioni, il ‘governo’ sia costretto – per evitare l’esposizione finanziaria (debito) con i paesi terzi – a comprimere la domanda interna e, di conseguenza, la dinamica del Pil, rinunciando così a una quota consistente della crescita economica mondiale.

Non si può certamente affermare che il paese vive al di sopra delle proprie possibilità in senso assoluto, ma piuttosto che la capacità dell’offerta delle imprese è qualitativamente inadeguata o insufficiente a tenere il passo con la crescita del Pil realizzato a livello mondiale, soprattutto se nel contempo la riduzione del contributo alla crescita del Pil da parte delle esportazioni si unisce a un’accentuata crescita delle importazioni.

Crisi del commercio internazionale

Questa relazione chiama in causa le ‘proprietà’ tecnico-qualitative degli investimenti mettendole in rapporto con il mutato quadro internazionale. Infatti, negli anni più recenti, si è registrata una profonda mutazione del commercio internazionale dei beni e servizi, che in parte spiega i processi di globalizzazione, ma evidenzia anche l’insufficienza strutturale del sistema imprenditoriale nazionale.

La quota di alta tecnologia nel commercio internazionale di beni e servizi è passata dal 15% del 1985 a quasi il 35% in anni più recenti, ed è significativo che l’Italia non abbia saputo mantenere lo stesso ritmo, con la conseguenza che il paese perde quote importanti del mercato internazionale anche nei prodotti tradizionali.

Scarsi investimenti delle imprese

Dato il quadro internazionale è importante valutare se il sistema economico nel suo insieme è strutturalmente ‘attrezzato’ ad affrontare la ‘sfida’ della globalizzazione, con particolare riguardo all’Europa che dovrebbe essere il naturale punto di riferimento delle politiche industriali, economiche e sociali. In estrema sintesi si osserva un progressivo allontanamento dall’Europa, soprattutto per quanto attiene alla struttura dei principali indicatori economici e alla governance 2 delle imprese, con tendenze del tutto particolari e preoccupanti per ciò nel campo degli investimenti.

Questi preoccupanti rilievi sono gli snodi ‘strategici’ di una puntuale riflessone circa il mercato di riferimento della governance adottata dal sistema delle imprese. Infatti, è assolutamente ingiustificabile il contenuto utilizzo degli impianti se consideriamo il trend degli investimenti.

Sostanzialmente, gli investimenti realizzati dal sistema delle imprese hanno ‘indebolito’ il paese, nel senso che questi investimenti non sono il frutto del sapere e del saper fare del sistema nazionale delle imprese, ma piuttosto rappresentano il prodotto di ricerca e sviluppo realizzata in altri paesi, nel caso, frequente, in cui le imprese italiane investono e producono nuova occupazione negli Stati esteri da cui noi siamo costretti a importare innovazione a causa della ‘impossibilità’ e ‘incapacità’ di sviluppare autonomamente ricerca e sviluppo.

Questo è il risultato della grave inadeguatezza delle politiche messe in campo per far fronte ai vincoli del sistema manifatturiero. La piccola dimensione dell’impresa (media 9 addetti); soprattutto il basso costo del lavoro in queste stesse piccole unità produttive; la specializzazione produttiva unita a una diffusa carenza di trasparenza nell’organizzazione delle imprese 3; un diffuso senso di estraneità e disaffezione dalla Borsa, sono problemi aperti da tempo nel dibattito politico-economico italiano. Che queste caratteristiche diventassero dei vincoli è un tema nuovo e del tutto originale.

Nonostante la globalizzazione suggerisca profili più alti per il sistema delle imprese, cioè una governance capace di adeguare la struttura finanziaria, proprietaria e di specializzazione, come di scala dimensionale, l’Italia segna una preoccupante ‘marginalizzazione’ dal mercato internazionale. E dire che non sono mancate le occasioni per ‘riconvertire’ gli assetti ‘strutturali’ del sistema economico nazionale. Il ‘dirottamento’ del risparmio delle famiglie dai buoni del Tesoro verso il mercato finanziario, indotto dalla riduzione dei tassi di interesse e dalla politica di contenimento dei conti pubblici, non è stata colta come l’occasione per migliorare qualitativamente la Borsa. Da un lato le azioni sono diminuite, dall’altro le aziende quotate sono rimaste sulle stesse posizioni di inizio anni ’90, soprattutto se consideriamo che lo Stato ha realizzato il più elevato processo di privatizzazione a livello di paesi Ocse.

L’aumento della capitalizzazione della Borsa è, infatti, attribuibile solo alle ex Partecipazioni statali. Questo significa che, per affrancarsi dai rigidi impegni di trasparenza che la Consob e la Borsa impongono alle società quotate, le imprese private hanno rinunciato al risparmio delle famiglie.

Quindi, il sistema di governance delle imprese nazionali, ma anche di una regione forte come la Lombardia, è del tutto inadeguato, e ciò fa il paio con la specializzazione produttiva.

È dentro questo sentiero difficile che occorre leggere la ‘marginalizzazione’ del sistema paese dal mercato europeo, punto d’osservazione anche utile per ‘aggredire’ e quindi attenuare le debolezze del sistema, magari indagando la possibilità di un intervento pubblico non mirato sulle variabili macroeconomiche ma piuttosto prefigurando selettivi interventi microeconomici.

Dati macroeconomici e microeconomici

Per analizzare in profondità e rendere evidenti i limiti del sistema economico nazionale è di una qualche utilità ricostruire un’adeguata serie storica di dati macroeconomici e microeconomici (1995-2001), tesi a fotografare lo stato dell’economia nazionale comparato a quello definito dalla media degli indicatori europei. I dati macroeconomici e microeconomici permettono di mettere a fuoco i vincoli economici e strutturali che investono il paese, cioè è possibile valutare se gli investimenti sono un’opportunità oppure un vincolo, nel senso che alimentano il deficit commerciale e tecnologico del paese; oppure se l’utilizzo degli impianti reagisce all’incremento degli investimenti o al contenuto tasso di utilizzo della manodopera.

Più che un avvicinamento all’Europa si registra un progressivo, ma costante, allontanamento in ordine alle principali variabili economiche, e quando queste variabili assumono apparentemente caratteristiche anche positive – si pensi agli investimenti fissi lordi – in realtà rafforzano la tesi di un sistema produttivo ed economico insufficiente, come se i soggetti preposti allo sviluppo avessero in qualche misura rinunciato alla competizione con i paesi europei o con i paesi di area Ocse (il tentativo di abrogazione dell’Articolo 18 non è forse la forma più manifesta della rinuncia a competere con i paesi industrializzati?).

L’ambiente economico del paese sembra ormai compromesso, nel senso che non si osservano segnali ‘strutturali’ di controtendenza. Soprattutto appare senza soluzione la relazione tra crescita del prodotto interno lordo, investimenti e importazioni. Infatti, gli investimenti non riescono ad assumere quel particolare ruolo di rilancio e riposizionamento del tessuto produttivo in ragione della inquietante relazione con la costante crescita delle importazioni di beni e servizi.

Non a caso la crescita del Pil è sistematicamente più bassa della media europea.

Ciò induce a una qualche riflessione sulla struttura di governo del sistema produttivo delle imprese operanti nel settore industriale come in quello dei servizi.

Confindustria

Più volte Confindustria ha sostenuto che le imprese hanno trovato le risorse economiche e finanziarie necessarie per realizzare i loro investimenti, ma è altrettanto vero che solo una parte di questi è stata concretamente sviluppata sul territorio nazionale; cioè l’offerta di beni intermedi e di beni di investimento non sembra sufficientemente avanzata tecnologicamente per intercettare la domanda manifestata dalle stesse imprese nazionali. Sostanzialmente, gli investimenti non solo non sono stati efficaci per ‘costruire’ nuovi lavori, ma paradossalmente hanno ‘compromesso’ i vincoli esteri del paese (l’aumento degli investimenti conducono a un aggravamento del deficit commerciale nel settore high-tech).

Inoltre, questa particolare propensione degli investimenti, tra l’altro particolarmente sostenuta anche rispetto alla media dei paesi europei, non sembra avere avvantaggiato la competitività, come si può osservare dalla quota nazionale del commercio internazionale che si è ridotta dal 4,8% al 3,8% in pochissimi anni, e come risulta dalla produzione industriale, anche questa sistematicamente più contenuta della media europea. Ciò si spiega solo con la preoccupante relazione investimenti-importazioni. Non a caso la quota di commercio estero di alta tecnologia dell’Italia è rimasta sulle stesse posizioni del 1985, cioè ha rinunciato a intercettare la quota crescente di commercio mondiale del comparto ad alta tecnologia e quindi a quote consistenti del commercio internazionale.

Inoltre, la dimensione delle unità produttive, e per questa via l’organizzazione e la gestione delle aziende, non è ininfluente per sostenere un’adeguata propensione allo sviluppo di ricerca e sviluppo, così come per gli investimenti, nel senso che i modelli organizzativi delle imprese sono troppo piegati e condizionati dalla loro dimensione di scala, cioè possono solo ‘adottare’ tecnologia, quindi importare conoscenza.

In questo senso sono ampiamente condivisibili le osservazioni fatte da Padoa Schioppa. Infatti, nell’ultimo quarto di secolo la taglia media delle imprese si è abbassata, ma in Italia questo fenomeno è stato tanto pronunciato da diventare un’anomalia.

Piccole medie imprese

Le piccole e medie imprese italiane con meno di dieci addetti danno oggi impiego a una quota dell’occupazione totale circa doppia della media europea (più del 45%). Inoltre, la proporzione del lavoro autonomo nell’occupazione non agricola è nel nostro paese oltre 2,5 volte quella di Francia e Germania (del 10% circa). Le piccole e medie imprese non sono, tra l’altro, affiancate da una ampio e vitale comparto di medie e grandi imprese. In vent’anni l’occupazione nelle aziende manifatturiere con più di 500 addetti è scesa al 15%, dimezzando la propria incidenza, mentre in Germania sono al 56% e in Francia al 43%. Allo stesso tempo le imprese medie (100-400 addetti) rappresentano in Italia appena il 10% degli occupati contro il 15% dei tedeschi e il 16% dei francesi

È del tutto evidente che una struttura economica così dimensionata presenta degli ostacoli certamente non marginali alle possibilità di crescita economica e per questa via di ampliamento dei diritti. Questo fattore trova una parziale ma importante conferma in alcuni particolari indicatori ‘congiunturali’, ma con valenza strutturale. Questi indicatori ‘congiunturali’ – utilizzo degli impianti, produzione industriale, consumi delle famiglie – manifestano un ‘inspiegabile’ allontanamento dell’Italia dalla media dei paesi europei. In particolare è curiosa la relazione tra investimenti e utilizzo degli impianti.

In teoria, l’indiscutibile capacità del sistema produttivo di realizzare i propri investimenti dovrebbe sostenere una buona capacità di ‘saturazione’ degli impianti, e per questa via un’adeguata crescita della produzione industriale. Questo nesso evidentemente non sembra valere per l’Italia, nel senso che tanto più crescono gli investimenti tanto più l’utilizzo degli impianti è contenuto rispetto alla media europea, ma soprattutto la produzione industriale non sembra trarne alcun beneficio.

La crisi Italiana con l’Europa

La distanza che separa l’Italia dall’Europa è realmente inspiegabile, se non nella misura in cui la governance del sistema delle imprese è del tutto inadeguata non solo per stare sul mercato internazionale, ma anche per trarre un qualsiasi beneficio dai propri investimenti, come se fosse venuta meno anche la ‘capacità’ di allocare in modo corretto le scarse risorse economiche: cioè gli investimenti non sono una occasione strutturale per recuperare i gap dalle altre imprese europee.

Evidentemente, la struttura produttiva soffre di palesi diseconomie che attraversano orizzontalmente tutto il sistema delle imprese, delle infrastrutture, così come della cosa pubblica. E dire che dal lato macroeconomico l’Italia può contare su una domanda aggregata tra le più alte a livello europeo, cioè un elemento di supporto che Keynes indicava come strategico per ‘affrancarsi’ da equilibri economici di sottoccupazione.

Crisi infrastrutturale Italiana

Se il dibattito nazionale non fosse così ‘costretto’ da rappresentazioni discutibili, si potrebbe avanzare una tesi, verificata sui maggiori indicatori, secondo cui l’Italia attraversa una crisi ‘infrastrutturale’ che per alcuni versi l’avvicina alla crisi della Germania, ma purtroppo con un background sicuramente non comparabile a quello tedesco, come una recente analisi dell’Enea sulla meccanica strumentale documenta. In questo caso è infatti possibile osservare come nel nostro paese il comparto, rilevante anche nei termini della specializzazione europea, evidenzi situazioni di crescita o di tenuta complessiva sempre più centrate su prodotti di profilo tecnologico medio-basso.

Non deve allora sorprendere il perdurante e incontestabile basso tasso di attività dell’Italia rispetto alla media europea. Sicuramente negli ultimi anni sono stati fatti progressi significativi, ma secondo molti esperti del mercato del lavoro, questi miglioramenti sono fisiologici e in parte spiegabili proprio dalla distanza che esiste tra il tasso di attività europeo e quello nazionale. Intendo dire che un parziale avvicinamento era da molti non solo auspicabile, ma atteso. Purtroppo il contesto economico sembra condizionare la crescita del tasso di attività, cioè non si vedono indicatori infrastrutturali capaci di prefigurare scenari diversi.

Il fatto è che le implicazioni di questo particolare modello organizzativo del tessuto produttivo sono dirimenti per l’intero sistema economico nazionale e in parte giustificano la propensione delle stesse unità produttive a specializzarsi in settori tradizionali

Conclusioni

Le imprese italiane di minori dimensioni operano, soprattutto nel settore industriale, in condizioni produttive caratterizzate mediamente dalla presenza di un forte differenziale negativo in termini di produttività del lavoro, di redditività e di capacità di investimento, e ciò assume una dimensione ancora più preoccupante se compariamo l’Italia con l’Europa.

Luciano Gallino in Il costo umano della flessibilità afferma:

«il peso attribuito alla flessibilità del lavoro ai fini dello sviluppo finisce per rivelarsi un alibi che aiuta a non discutere d’altri temi parimenti importanti. A non discutere della scarsa attività di ricerca svolta proprio dalle imprese italiane, […] della assenza di visioni industriali capaci di imprimere una forte carica innovativa a intere branche d’attività; […] delle privatizzazioni mal concepite che hanno privato il paese sia di gioielli tecnologici, sia di ben rodati strumenti di sviluppo di infrastrutture pubbliche»

Sostanzialmente i metadati presenti nelle tabelle suggeriscono una più puntuale riflessione, che in modi e in forme diverse sono state sollecitate da Gallino. A partire da questi indicatori è possibile evitare l’inseguimento di facili mode che non aiutano il paese – si pensi alla tesi secondo cui la New Economy avrebbe nei fatti annullato i cicli economici –, possono riaprire una riflessione più puntuale e per questa via richiamare il sistema delle imprese alle sue pesanti responsabilità.

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